Randonnee del solstizio d’inverno 2014

Arrivo ad Arco di Trento che è già buio. Andando a ritroso mi sono lasciato alle spalle due treni e un paio d’autobus per un totale di non so quante ore di viaggio; tre, massimo quattro ore di sonno; “n” birre con i colleghi di lavoro ieri sera in onore del ciclismo. Mi preparo in fretta e furia e come al solito sono in ritardo su tutti i punti della tabella che mi ero prefissato, ingoio due toast il più velocemente possibile mentre con una mano rovisto nel fondo della borsa alla ricerca delle brugole per regolare la sella. Ok lo ammetto, sono abbastanza agitato, in fondo è pur sempre il mio battesimo nel mondo “rando”.
Finalmente si parte, lascio andare i primi, mi aggrego ad un gruppetto dall’aria rilassata. Sono senza iscrizione, partecipo da “esterno”, mi sento un ospite speciale, non conosco nessuno, non ho nessuno da aspettare, nessuno con cui dover parlare, la cosa mi rilassa. Cerco il mio passo, seguo le mie sensazioni, voglio pedalare, devo pedalare, in sella tutto va meglio, come al solito. Il gruppetto cui mi sono aggregato si rivela un ottimo treno, non conosco la strada e per questa prima parte non ho voglia di pensarci, mi lascio guidare dalla luce dei fanalini posteriori di chi mi precede, lascio che le gambe girino al loro ritmo, stacco la mente e lentamente scivolo nella notte. Qualcuno ci supera, altre deboli luci oscillano nell’oscurità davanti a noi ad una distanza indefinibile. Il mondo si riduce al fascio di luce della lampada frontale che ho sul casco, non voglio accendere il faro che ho montato sul manubrio, potrei essere dovunque, mi godo questo andare un po’ a casaccio. Ci avviciniamo al primo check-point, giro di boa, incrociamo i primi che già tornano verso Arco, un saluto tra nottambuli e giù a pedalare. Alla ripartenza da Santa Massenza cambio gruppo, ripartiamo spediti e corriamo verso Arco, superiamo i 50 km\h su una strada di campagna senza illuminazione in una notte senza luna, pedaliamo in scia silenziosi e precisi, ciecamente fiduciosi in chi ci precede, l’aria fredda mi pizzica gli occhi e l’ebrezza della velocità mi ubriaca “questa si che è vita”, penso e sorrido a me stesso. Torniamo ad Arco, thè caldo snicker, e riparto. Cambio ancora gruppo, siamo in quattro, una coppia in tandem, io e un atro. Usciti dal paese finalmente raggiungiamo il lago, lo spettacolo è commovente. nessuna macchina sulla strada, niente vento, le onde si infrangono ritmiche sul molo e cullano le nostre pedalate silenziose. Sirmione, Desenzano, Salò sono da qualche parte dritte davanti a noi, le luci si specchiano lontane e pallide sulla superficie nera e insondabile del lago. Intanto nel nostro procedere incontriamo altri randagi che si aggregano. Pedaliamo in formazione come le anatre, il tandem davanti a noi procede spedito aprendo la strada a tutti, le spalle e le gambe dei due oscillano e si muovono all’unisono e devo concentrarmi per non farmi ipnotizzare dal loro ritmo: siamo tanti, vicini e dobbiamo guidare con attenzione. I miei compagni occasionali si chiamano ad intervalli irregolari, controllano che nessuno resti indietro, nessuno sa il mio nome e sono esonerato dal rispondere. Siamo tutti assorti sulla strada, il contachilometri si avvicina velocemente alle tre cifre e comincio ad avere voglia di una sosta, devo tenere duro fino al prossimo check-point, non posso perdere il gruppo. 110° Km, terzo check-point presso un Mc Donald. Raggiungiamo il déore già invaso di biciclette alle quali aggiungiamo le nostre e ci buttiamo dentro tra gli sguardi sorpresi dei “non-ciclisti”. Spuntino sostanzioso e riparto, non ho fretta ma non voglio perdere tempo inutilmente. Monto in sella e per un attimo penso “avanti o indietro oramai non ha più nessuna differenza”, delle lucine rosse oscillano poco lontano, accelero per raggiungerle, ancòra 90 km, è il momento di gestire bene, “forza Gianlu”, mi incoraggio da solo. L’arrivo a Salò è un colpo di scena al quale è difficile rimanere indifferenti, dopo una serie di tornanti in discesa sbuchiamo improvvisamente in riva al lago e ce la ritroviamo davanti, luccicante nella nebbiolina notturna. Sembra un posto incantato ed è quasi impossibile pensare che degli uomini  ne abbiano segnato la storia con tanta crudele stupidità. I piedi freddi mi richiamano al presente, muovo le dita, stacco gli attacchini e agito le gambe per riattivare la circolazione. E’ da un po’ che una nebbiolina impalpabile ci avvolge e ci bagna leggermente sottraendoci inesorabilmente calore. Per fortuna mi sono portato un paio di calzettoni di ricambio. Arriviamo finalmente al benzinaio dell’ultimo check point, “solo” 50 km oramai ci separano da Arco. Il gruppetto nel frattempo si è sfilacciato e procediamo quasi isolati. Abbiamo sciolto i ranghi e ognuno pedala al ritmo dei propri pensieri. Tra una galleria e l’altra abbiamo preso quota sul livello del lago ed ora mi appare lontano e misterioso. Una voragine nera e indecifrabile, per quel che vedo potrebbe essere la bocca di un pozzo aperto verso il centro della terra. Sbuchiamo dalle ultime gallerie quasi in paese, un’ultima passerella sulle strade ben illuminate ci porta dritti al bar di partenza. Sono quasi le 5:oo di mattina, dopo circa duecento chilometri e sette ore in sella torno al punto di partenza. I compagni di viaggio arrivano alla spicciolata, lasciano le loro tessere, consumano qualcosa velocemente e se ne vanno. Mi assale una leggera malinconia, ordino una birra e un toast e me ne sto appoggiato al bancone quando entra Mario. Anche lui un ritardatario in questa giornata che volge al termine, arrivato nel medesimo punto seguendo altre strade. Scambiamo due chiacchiere e ridiamo delle “strane abitudini”. Brindiamo alla vita alla quale offriamo queste ore strappate al sonno. I discorsi si intrecciano tra le birre intervallate dalle sigarette e ce ne stiamo a bere e fumare e chiacchierare finchè non crollo stremato su una poltroncina. Quando mi sveglio il sole è finalmente sorto, è un altro giorno. Mi aspetta ancora un lungo viaggio prima di potermi allungare su un letto.

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