Punta Rognosa da Sestriere

Il venerdì di solito è, per ogni appassionato di montagna, quel giorno che segna la fine di una settimana di noiose incombenze sociali e l’inizio di ventiquattro altalenanti ore tra esaltazione e depressione  per la scelta del programma del week end. E’ il giorno in cui l’ambizione pizzica maliziosa le corde dell’ego spingendo il malcapitato a progettare gite a lungo sognate, è il giorno in cui il coraggio scalpita come un leone in gabbia e ci si sente pronti a scalare le pareti più repulsive o sciare i pendii più ripidi. Ma è anche il giorno dell’indecisione, degli struggenti dubbi sulla direzione verso cui puntare gli sci, degli accessi frenetici e compulsivi a Gulliver.it per carpire quante più informazioni possibili sulle condizioni delle montagne di tutta Italia, alla ricerca dell’ispirazione giusta per scovare tra milioni di alternative papabili e inevitabilmente scartate la chicca, la gita giusta, l’uscita per cui è valsa la pena vivere un’altra lunghissima settimana. Tuttavia, per evitare questo stress sicuramente nocivo alla mia cagionevole salute, io ho ben deciso di andarmene tutto il giorno in falesia ed aspettare tranquillo la chiamata di Fabrizio che, puntualmente, venerdì sera arriva a portarmi l’imbeccata: Punta Rognosa. Breve ricerca su internet per vedere dove vuole trascinarmi e scopro tutte le premesse per un’altra super giornata. Ottimo, la vita mi sorride e un rhummettino per brindare è quello che ci vuole, ma San Salvario è un quartiere spietato e i minimarket con le birre a 1 euro sono i peggiori nemici per degli atleti come me…le 5.30 della sveglia si avvicinano velocissime e alle due passate decido che è ben ora di mettermi a letto. Fabrizio come al solito sarà puntualissimo, salgo in macchina e in un batter d’occhio siamo a Sestriere. Lo scenario che mi si presenta è agghiacciante: Punta Rognosa sorge alta e austera al termine di un vallone lunghissimo e completamente immacolato, ricoperto di candida e freschissima neve senza l’accenno della benché minima traccia di salita. Mi faccio coraggio e mi metto in testa sforzandomi, ad ogni passo che affondo nella neve soffice, di non accasciarmi al suolo e piangere dirottamente finché, all’improvviso, sbucano dal nulla sei baldi scialpinisti che con passo spavaldo ci precedono di una mezz’oretta. La fortuna comincia a sorriderci e il cuore mi batte forte dal giubilo nel vedere la loro larga e solidissima traccia. Da quel momento in poi sarà “solo” divertimento. Saliamo al colle che si avvicina senza che le nostre gambe possano assaporare il gusto dell’acido lattico. Appena sbuchiamo dal tetro versante nord il sole ci bacia la fronte e uno scenario emozionante si palesa ai nostri occhi ingordi, con il sorriso sulle labbra disidratate dalla temperatura che sale velocemente raggiungiamo la vetta sperando che non sia un miraggio dovuto al caldo, ma non c’è tempo per il cameratismo goliardico e ci buttiamo nella discesa prima che il sole faccia il suo lavoro. Il resto è ordinaria cronaca di una discesa in polvere semplicemente commovente…

 

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